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Lo sapevate...Islam

Last Update: 12/19/2012 9:16 PM
8/13/2007 1:20 PM
 
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Califfo (in arabo khalīfa) è il termine impiegato per indicare il "Vicario" o "Successore" di Maometto (Muhammad) alla guida politica e spirituale della Comunità islamica (Umma).

Oggi leggevo sul corriere la richiesta da parte dell'indonesia della costituzione di uno stato islamico sotto la guida di un Califfo

Indonesia: rinascita califfato, 100mila a raduno

GIAKARTA - Centomila persone a Giakarta, capitale dell'Indonesia, per la manifestazione di rinascita del califfato. Il gruppo islamico radicale "Hizb ut-Tahir", che ha organizzato l'evento, lo ha ribattezzato il piu' grande raduno di attivismi musulmani. Per 'Hizb ut-Tahir' , il califfato e' la forma di governo ideale, che segue i dettami del Corano piuttosto che le leggi degli uomini. (Agr)

8/17/2007 8:51 PM
 
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Strage in Iraq, forse 500 le vittime. Si sospetta una pulizia etnica di Al Qaeda

Sul bilancio delle vittime degli attentati del 15 agosto nel nord dell'Iraq, nell'area di Ninevah, c'è ancora incertezza: mentre si continua a scavare fra le macerie in cerca di superstiti, alcune fonti parlano di 250 morti, altre addirittura di 500. Ma quello che è già definito l'evento più sanguinoso dall'inizio della guerra in Iraq, potrebbe essere stato un vero e proprio intervento di pulizia etnica, organizzato da Al Qaeda.
Le vittime, infatti, sono tutte membri della comunità Yazida, considerata blasfema dagli estremisti musulmani, seguace di una religione molto antica in cui confluiscono elementi della tradizione cristiana, ebraica, manichea e islamica. Inoltre, sono per la maggior parte di origine curda.
L'ipotesi è sostenuta dal generale statunitense Benjamin Mixon, comandante delle truppe statunitensi nel nord dell'Iraq: «Si tratta di un atto di pulizia etnica - ha detto il militare, spiegando che fino ad ora la zona dove abita la comunità Yazida non era stata coinvolta nella guerra settaria irachena. Ed è sempre l'esercito Usa ad affermare che dietro alla strage di ieri ci sarebbe la mano di Al Qaeda: «La modalità dell'attentato è tipica dell'organizzazione terroristica islamica - ha detto un portavoce delle truppe, il Generale Kevin Bergner. Non ha dubbi il comandante in carica dell'esercito statunitense in Iraq, il Generale David Petraeus il cui rapporto sull'operazione sicurezza in Iraq è atteso tra meno di un mese al Congresso: «Avevamo previsto un aumento di attacchi in questo mese», ha spiegato.

In un comunicato, il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki ha duramente condannato gli attentati «ad opera di terroristi che tentano di alimentare l'odio settario e di danneggiare l'unità nazionale». Inoltre, ha annunciato la formazione di una nuova alleanza composta da moderati sciiti e curdi, nella quale non entreranno membri della rappresentanza sunnita moderata, che hanno rifiutato di partecipare.
Il premier ha spiegato che la nuova alleanza rappresenta il primo passo per sbloccare la stagnazione politica che ha paralizzato il governo. Infatti, nelle scorse settimane l'esecutivo a maggioranza sciita guidato di al-Maliki, è stato investito da una grave crisi politica con le dimissioni di tutti i ministri sunniti.
8/22/2007 2:06 PM
 
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FRATELLI MUSULMANI (“AL-IKHWAN AL-MUSLIMUNA”) (EGITTO)
JAMAAT-I-ISLAMI (PAKISTAN)
NAHDATUL ULAMA (INDONESIA)
MUHAMMADIYYA (INDONESIA)
LA NAZIONE DELL’ISLAM (STATI UNITI D’AMERICA)
JAMAAT-I-TABLIGH (INDIA)
AL QAEDA (INTERNAZIONALE)

I gruppi più importanti al Mondo Islamici
8/22/2007 2:17 PM
 
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Re: Maria nell'islam
loris2004, 22/05/2006 19.12:

Una volta un ragazzo mussulmano mi ha detto che anche loro credono nell'Immacolata Concezione e nella nascita verginale di Gesù.
In Siria c'è una donna cristiana che vede la Madonna e a casa sua vengono numerosi anche i mussulmani a pregare. [SM=x511448]



Sentivo ieri al telegiornale di uel ragazzo che volva chiudere maria nella nicchia , e il paese si è ribellato , e tanto il giornalista , che la comunità , cheil ragazzo islamico non sanno che maria è venerata nell'islam .. che vergogna non conoscere neanche la propria fede



9/17/2007 8:56 PM
 
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Il ministro degli Interni Giuliano Amato torna sulla vecchia proposta dell’Intesa con i musulmani: «Serve una intesa con i musulmani - afferma - per poter avere con le loro organizzazioni religiose gli stessi rapporti chiari e trasparenti che ho con le altre a partire dalla Chiesa cattolica».

A prescindere dal fatto che le Intese con le minoranze religiose non hanno lo stesso statuto giuridico e costituzionale del Concordato - giustamente riservato solo alla Chiesa cattolica, di cui i costituenti vollero riconoscere il ruolo unico nella storia e nella cultura italiana -, a prima vista il ragionamento di Amato potrebbe sembrare logico. Ci sono Intese - cioè «piccoli concordati» - con gli Ebrei, i Valdesi, i Battisti, gli Avventisti, i Pentecostali, i Luterani. Prodi ne ha firmate altre, in attesa di ratifica parlamentare, tra gli altri con i Testimoni di Geova. Perché non con i musulmani?

La risposta c’è: perché i musulmani non sono una di quelle «confessioni religiose» che i padri della Costituzione avevano in mente quando formularono l’articolo 8 della nostra Carta fondamentale. Una confessione religiosa è una realtà strutturata, organizzata, gerarchica, dove ci sono delle autorità che rappresentano tutti i fedeli e possono impegnarsi per loro di fronte allo Stato. Vale per i vescovi cattolici, ma anche per il Sinodo valdese o per il presidente dei Testimoni di Geova. L’islam sunnita (quello sciita è diverso, ma in Italia è piccolissimo), detto in termini sociologici, non è una religione verticale, ma orizzontale.

Non ha un clero, non ha l’equivalente dei vescovi, del Papa e nemmeno dei parroci. Gli imam - cui i nostri media, abituati a trattare con la Chiesa cattolica, danno spesso troppa importanza - non sono le guide delle loro comunità, ma semplici incaricati temporanei di guidare la preghiera e gestire il locale di culto. Per stipulare un’Intesa, come è evidente, bisogna essere in due: lo Stato e chi esercita l’autorità nella «confessione religiosa» di cui all’articolo 8 della Costituzione.

L’islam (sunnita) si vanta precisamente di non avere autorità né gerarchie. L’unica autorità è il Corano, e il consenso nella comunità dovrebbe riconoscere l’opinione del più saggio e del più dotto. Di fatto, in molti paesi musulmani anche le questioni religiose sono decise dal re o dal governo: ma l’Italia, appunto, non è un paese musulmano.

Certo, da noi esistono diverse associazioni di musulmani, ognuna delle quali dichiara di essere «quella vera» e vorrebbe firmare l’Intesa. Quella che controlla più moschee, l’UCOII, ha una dirigenza fondamentalista e legata ai Fratelli Musulmani, i cui valori sono incompatibili con la Costituzione. Le associazioni filo-occidentali rappresentano solo una minuscola frazione dei musulmani italiani. La maggioranza degli immigrati non fa parte di nessuna associazione, e spesso non ne conosce neppure il nome. La Consulta per l’islam italiano è stata creata dal predecessore di Amato, Pisanu, come organismo dichiaratamente «non rappresentativo», con membri scelti dal ministro sia tra i responsabili delle associazioni (UCOII compresa) sia tra intellettuali che rappresentano se stessi. Pisanu non voleva certo fondare un’inesistente «Chiesa» islamica, e se la Consulta firmasse un’Intesa molti leader musulmani il giorno dopo la dichiarerebbero carta straccia. Amato si rassegni. Sarebbe certo una bella cosa se questo governo avesse una politica seria dell’islam italiano. Ma la strada non passa dall’Intesa.

12/27/2007 7:25 PM
 
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Bhutto, condannata dagli islamici
Garanzia per Bush,ostacolo per Al Qaeda
Era la “cauzione democratica” del presidente Pervez Musharraf, il suo passaporto per gli Stati Uniti. Per questo e per le sue critiche alla crescente islamizzazione del Paese Benazir Bhutto, così preziosa all’attuale governo pakistano, era stata condannata a morte. In un'intervista ad Aki-Adnkronos International, il 26 ottobre, l'ex premier aveva denunciato protezioni altolocate di cui godrebbe a Islamabad il fondatore di Al Qaeda, Bin Laden.


Della leggenda fanno parte ormai il suo essere donna, l'unica a guidare un paese islamico nei tempi moderni, bella e ricca, figlia di un martire della sua patria. Nella realtà, la Bhutto era stata un'abile e a volte cinica governante.

Di lei si ricorderanno le aperte critiche contro il regime militare al potere prima del generale Muhammad Zia-ul-Haq e poi di Pervez Musharraf e contro l'islamizzazione insidiosa della società. Durante il suo secondo mandato governativo, mantiene una politica di fermezza nei confronti dell'india ma sostiene anche i ribelli islamici del Cachemir e l'ascesa al potere dei talebani in Afghanistan.

In politica interna, il suo rilancio dell'economia è un fiasco. E così, dopo tre anni a capo del secondo esecutivo, viene di nuovo destituita per cattiva gesione. E poi condannata assieme al marito per corruzione.

Dopo otto anni di esilio, nel 2007 in Pakistan si crea una situazione favorevole al suo ritorno: la crisi dovuta all'instabilità politica e al conflitto con gli islamici. Musharraf ha bisogno del sostegno degli Stati Uniti per un nuovo mandato. Bush impone una democratizzazione del paese che solo la Bhutto può compiere. Lei, che ha studiato ad Oxford, sa parlare con gli stranieri e sa sa esattamente ciò che i media occidentali vogliono sentire, è la cauzione democratica di Musharraf. Il 5 ottobre il generale firma un decreto di amnistia e lei ottiene quelle che voleva: tornare in patria per "salvare la democrazia".

Ma è consapevole che il suo rientro, già anticipato da minacce di morte, non sarà privo di ostacoli. Così, il 18 ottobre il convoglio che la segue viene preso di mira da un attentato in cui lei resta miracolosamente illesa, ma 140 seguaci del suo partito PPP restano uccisi. In un'intervista del 26 ottobre all'agenzia stampa Aki-Adnkronos, lei stessa lancia delle accuse ben circostanziate contro chi stava dientro la sanguinosa azione di Karachi: il capo dell'internazionale del terrore Al Qaeda. "Nel 1989 Osama bin Laden lascio' il Pakistan per andare in Arabia Saudita: ma qualcuno gli chiese di tornare. Dobbiamo sapere chi c'è dietro questa continuità: è una battaglia in cui girano molti soldi, grazie al traffico di droga e di armi, e ci sono molti nomi che devono venire alla luce" dichiara. Poi dichiara di aver fatto i nomi delle persone in questione in una lettera spedita al presidente Musharraf invitandolo ad aprire un'inchiesta nei loro confronti. Con una successiva lettera, l'ex premier aveva chiesto formalmente l'assistenza di Stati Uniti e Gran Bretagna nelle indagini sull'attacco terroristico al suo convoglio.

L'obiettivo dell'attentato, aggiunse ad Aki l'ex premier, "era quello di impedire i raduni politici dei partiti dell'opposizione: le forze che vogliono trarre profitto dall'esplosione non vogliono che le forze moderate si mobilitino nelle strade. Sono le stesse che dal 1992 al 1996 hanno destabilizzato il mio governo: sono anti-democratiche e non vogliono che in questo paese si affermi una cultura politica".

La Bhutto poi riteneva che, nei confronti dei gruppi islamici più radicali, si dovesse aprire il dialogo solo dopo la consegna delle armi da parte dei miliziani.

"So di essere un simbolo di ciò che i sedicenti jihadisti, talebani e Al Qaeda temono maggiormente” scriveva nella sua autobiografia: “Sono una donna, dirigente politica, che lotta per portare la modernità, la comunicazione, l’istruzione e la tecnologia in Pakistan”.

Il presidente americano George W. Bush vedeva in lei la possibilità, in un tandem moderato con Musharraf, di affrontare l'ondata islamista e soprattutto di mantenere l'arma nazionale atomica al riparo dalle tentazioni. Ora, con la sua morte, tutte queste speranze sono state spazzate via in un soffio.

Elisabetta Carli

2/24/2008 10:09 AM
 
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Tutti ricordano certamente la polemica di alcuni giorni fa innescata da uno sconsiderato intervento del primate della Chiesa anglicana, l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, che giudicava inevitabile l’introduzione nell’ordinamento britannico degli elementi di diritto civile della Shari'a, ovvero la legge islamica. E’ stato il segnale inequivocabile della resa culturale, ancora più inquietante se si considera che viene proprio dalla patria che dell’imposizione del proprio sistema giuridico (basti pensare alle colonie) ha fatto un tratto distintivo della sua civiltà. Tutt’oggi il sistema legale ereditato dal Regno Unito è un vanto per molti Paesi che pur da decenni sono indipendenti.

Ovvia perciò la reazione scandalizzata: governo e politici sia di maggioranza che di opposizione si sono affrettati a censurare le parole dell’arcivescovo anglicano e anche nel resto d’Europa i commenti ufficiali sono stati decisamente negativi. La cosa a molti ha fatto pensare che in fondo in Europa c’è ancora una maggioranza solida che ha le idee chiare sul rapporto con gli immigrati provenienti da diverse culture e con gli islamici in particolare.

Se però andiamo oltre le dichiarazioni di facciata e ci prendiamo la briga di guardare alla realtà scopriamo con costernazione che l’arcivescovo Williams non ha fatto altro che dire apertamente ciò che da anni politici e giudici stanno facendo in silenzio. Restiamo in Gran Bretagna: il governo si è stracciato le vesti per le dichiarazioni di Williams, eppure pochi giorni prima il ministro degli Interni Jacqui Smith aveva imposto ai propri funzionari di usare l’espressione “assassini criminali” invece di “estremisti islamici” o “fondamentalisti jihadisti” nel caso di atti di terrorismo. Addirittura la stessa Smith in gennaio aveva definito “anti-islamico” il terrorismo dei gruppi che lo giustificano con il Corano, e in ogni caso pochi mesi prima il premier Gordon Brown aveva proibito ai suoi ministri di usare il termine musulmano correlato al terrorismo. La Smith ha spiegato che “non c’è nulla di islamico nel desiderio di terrorizzare e di pianificare stragi, dolori e lutti”, per cui coloro che lo fanno mettono in cattiva luce l’islam. Ora aspettiamo che il governo britannico, suggeriva un editorialista, ridefinisca come “anti-tedesca” l’attività della Luftwaffe che nella seconda guerra mondiale portò morte e distruzione a Londra: “Non c’è niente di tedesco - ha aggiunto in modo ironico - nel desiderio di terrorizzare e invadere, e anzi è un’attività in contrasto con i valori fondamentali dei tedeschi che notoriamente sono quelli di sedersi nei giardini a mangiare salsicce e bere birra”. Si apre un nuovo filone di revisionismo che farà felici molti storici.

Ma in Gran Bretagna si è andati già ben oltre la ridefinizione dei concetti, e l’applicazione della legge islamica è già una realtà: il governo ha infatti deciso di riconoscere i matrimoni poligami, se contratti in Paesi dove sono legali (Nigeria, Pakistan, India). Lo ha fatto emendando la legge che regola l’esenzione dalle tasse in fatto di eredità: prima soltanto una moglie era la legittima erede del marito defunto, oggi più mogli possono ereditare esentasse. Allo stesso modo il ministero del Lavoro ha iniziato a concedere sostegni finanziari agli harem sotto forma di sussidi come indennità di disoccupazione e assegni integrativi per inquilini non abbienti.

Non è solo un problema britannico: anche in Italia abbiamo visto sentenze che si rifanno all’ideologia “multiculturalista” (compresa la giustificazione della violenza sulle donne) e decisioni politiche dello stesso segno (emblematico il caso della scuola islamica di Milano). Altrove il ministro della Giustizia olandese ha detto che “se due terzi della popolazione olandese domani si pronunciasse a favore dell’introduzione della Shari’a, allora ciò dovrebbe essere possibile”. Un giudice tedesco, invece, ha fatto riferimento al Corano in una causa di divorzio. E così via.

C’è poco da rallegrarsi dunque delle reazioni verbali alle dichiarazioni dell’arcivescovo Williams. Lui potrebbe essere costretto a dimettersi, ma non per ciò che lui vorrebbe fare, piuttosto per aver ingenuamente rivelato ciò che tutti stanno già facendo.

3/25/2008 6:27 PM
 
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Re:
Justee, 18/06/2006 19.13:



Descrizione
Per la prima volta Magdi Allam racconta se stesso, musulmano laico nato e cresciuto nell'Egitto di Nasser ed emigrato in Italia nel 1972: "Partendo dal mio vissuto posso testimoniare che soltanto quarant'anni fa la situazione in Medio Oriente era radicalmente diversa. La società e le istituzioni erano laiche. La cultura dell'odio e della morte, che l'Occidente oggi associa ai musulmani, non è nel Dna dell'islam". Allam, in questo libro, ha deciso di togliersi tutti i "sassolini", denunciando apertamente sia gli integralisti che l'hanno condannato come "nemico dell'islam", sia i loro complici occidentali che alimentano uno scenario di scontro e di odio. Uuna testimonianza forte, sofferta, estrema.


Pesaro, 25 marzo 2008 - La storia del loro incontro era già scritta nel nome di lui: Magdi, che in egiziano significa ‘la mia gloria’. Un legame che dalla parola scritta si fa spirituale, fino a diventare 'fratellanza'. Suor Gloria Riva (nella foto) è tra le persone che hanno accompagnato Magdi Allam nel viaggio verso la conversione al cattolicesimo. Doveva essere la madrina al battesimo, celebrato da Benedetto XVI nella basilica di San Pietro.



"Ma il Vaticano ha deciso diversamente, io ero accanto a lui ed è stato un momento bellissimo, l’approdo di un lungo cammino. Un percorso sofferto — racconta la religiosa, che vive in un monastero di clausura in Carpegna, nel cuore dell’Appennino tra Marche, Toscana e Romagna — che in parte ho condiviso. Ci siamo conosciuti due anni fa, attraverso don Gabriele Mangiarotti, artefice dell’incontro tra il giornalista e monsignor Luigi Negri. Lui rimase colpito da un mio libro, iniziammo a sentirci prima per telefono, poi mi invitò a casa sua, alle porte di Roma".



E lì che suor Gloria conosce la moglie del giornalista, i suoi tormenti, il desiderio di convertirsi. "Un giorno ci ha preso in disparte: ‘voglio essere di Cristo’. In quell’ora trascorsa con lui tutto si è fermato. Voleva rendere pubblica la sua adesione al cattolicesimo, ben sapendo a quali rischi andava incontro ma preoccupandosi per il Santo Padre: ‘Il pericolo c’è, ma per il Papa. Dovete pregare per il Papa". Protetto dalla scorta Allam si arrampica per quattro volte al monastero di Carpegna per incontrare suor Gloria.



"Tra noi è nato un legame profondo fatto di reciproca stima e confidenza — racconta la religiosa — Non parliamo soltanto di fede, ma di cultura e di bellezza. Anche lui mi consiglia, è un uomo saggio, che ha la consapevolezza di quanto costi questa scelta, ma vive come il compimento di un destino. E’ come se io e don Gabriele facessimo parte di una squadra messa insieme dalla Provvidenza".



Accanto a lui hanno affrontato anche la parte più perigliosa e toccante del cammino. "Non ho potuto neppure abbracciarlo prima della cerimonia. La situazione era molto tesa, c’era grande allerta in Vaticano. Magdi è arrivato con l’auto blindata, io ero già nella basilica, seduta accanto a sua moglie. La commozione è stata forte per me e don Gabriele: essere nel cuore della Chiesa con un amico che diventa fratello, non come spettatori occasionali ma protagonisti di un’avventura".



Poi, a notte fonda, l’incontro in famiglia. "Abbiamo parlato per ore. Lui era felicissimo ma anche consapevole di dare così la sua vita a Cristo. Voleva che rimanessi per il pranzo di Pasqua, ma sono tornata al monastero". Le minacce lanciate all’apostata, per suor Gloria erano nel conto. "Mi sarei aspettata di peggio. Purtroppo sono soltanto gli islamici più violenti a fare notizia".


4/2/2008 3:02 PM
 
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L'Islam spiegato sul web da Rania
"Basta pregiudizi"

La regina giordana Rania Al Abdullah
SCRIVI Oriente e Occidente, il blog di FRANCESCA PACI



All'Occidente: «C'è un universo
di meraviglie che gli stereotipi
impediscono di apprezzare»
FRANCESCA PACI
CORRISPONDENTE DA GERUSALEMME
Il benvenuto è maestoso. Postato su You Tube meno di due giorni fa, il video della regina giordana Rania Al Abdullah (http://youtube.com/QueenRania) è stato visto già 81.540 volte e omaggiato di 278 commenti. «Send me your stereotype»: con voce dolce e sguardo materno, la bella sovrana di origine palestinese si rivolge ai giovani nel linguaggio dei giovani perché le scrivano i propri stereotipi sul mondo arabo, un altro-da-sé che la furia islamista e i pregiudizi dell'occidente ferito dall'11 settembre 2001 hanno reso pericolosamente estraneo.

Rania Al Yasin, 37 anni, 4 figli, una brillante laurea in business administration e la fulminea carriera nella Apple «sacrificate» alle nozze regali, è una veterana del web. E non solo come oggetto d'ammirazione maschile e femminile. Dal 2005 gestisce un sito internet (www.queenrania.jo) attraverso il quale diffonde i temi a lei cari: la complicata questione femminile, le tematiche giovani, la sconosciuta società araba e la sfida conflittuale con la modernità. Un argomento, quest'ultimo, assai sensibile nel suo Paese. Profondamente tradizionale e al tempo stesso proiettato verso il futuro, la Giordania è l'emblema della crisi che scuote l'identità musulmana, lacerata tra valori mediorientali e modelli occidentali. Bastano poche ore di viaggio per passare dall'ultraconservatrice Zarqa, villaggio natale del famigerato Al Zarqawi, alla scintillante capitale Ammam, dove ogni giorno apre un nuovo locale per le notti brave dei diciottenni, oltre il cinquanta per cento della popolazione.

You Tube nel regno hascemita significa migliaia di studenti alla tastiera di centinaia d'internet-caffè. Il video della regina però, non è per loro. «In un mondo in cui è così facile essere connessi, restiamo ancora così disconessi» dice, scandendo le parole. Il destinatario siamo noi, l'Europa, l'America, il Primo Mondo che accoglie volentieri la grazia di Rania di Giordania ma si limita spesso a guardare la società islamica con gli occhi di Fitna, il controverso film del politico olandese Geert Wilders. Errore, bacchetta sua Maestà, «c'è un universo di meraviglie fuori che gli sterotipi impediscono di apprezzare».

Un appello saggio, schietto, antidoto estremo allo scontro delle civiltà che intende parlare alla società di domani. Purtroppo neppure la donna più affascinante del reame sfugge alla percentuale di demagogia insita nello strumento forum, dove si baratta sovente l'unicità della democrazia dal basso con la chiacchera da bar o, peggio, la libertà d'insulto sotto anonimato. La maggior parte dei post sono una seguenza di «bene», «brava», «finalmente». Molti, tipo «numberg», denunciano la «parzialità» dell'operazione: «Ne riparliamo quando la signora si rivolgerà al suo popolo in lingua originale anziché in inglese, aspetto di sentirla denunciare in arabo la faziosità della tv al Jazeera». Alcuni accettano la sfida e propongono la loro selezione di falsi miti da sfatare. «Ecco due stereotipi: il mondo arabo è diviso e non ci si può fidare degli arabi» scrive «golo5000». E «lordyi»: «Perchè il mondo islamico è guidato esclusivamente da monarchie e c'è così poca libertà?». «Yt2vinay» chiede lumi sull'infibulazione e «GigiMorr» risponde che «si tratta di un comportamento culturale estraneo all'islam. Come donna musulmana sono contrarissima, mi oppongo alla violenza contro le donne diffusa in medioriente e in occidente». Rania per ora osserva dall'alto. A un certo punto interverrà, promette: un'intervista esclusiva con il web.
7/28/2008 10:45 PM
 
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KHALED FOUAD ALLAM. Vorrei sgombrare il campo da fraintendimenti, perché, sulla faccenda della poligamia, tutti i giornali sono abbastanza in allarme.
Vorrei ricordare che, nel diritto musulmano, il matrimonio non è un sacramento, ma un contratto: pertanto, niente vieta, nella formulazione stessa delle clausole del contratto che prevede il matrimonio, l'inclusione degli articoli del codice civile italiano.
Questo è ciò che hanno fatto alcuni paesi islamici. Ad esempio, la Tunisia nel 1956 ha abolito il regime matrimoniale poligamico, ha cambiato il contratto adulare - così si chiama - e ha introdotto delle norme che vietano la poligamia.


ROBERTO ZACCARIA. È uno Stato che lo ha fatto!


KHALED FOUAD ALLAM. Sì, è uno Stato che lo ha fatto, ma questo non impedisce di riformulare i principi fondamentali. Ricordo che la sharia nel diritto musulmano non è un principio assoluto, ma ha bisogno di una norma che la interpreti. Ciò non impedisce assolutamente di intervenire in questo campo. Deve essere ben capito. Oltretutto, non tutti i regimi musulmani prevedono il regime matrimoniale poligamico nella loro legislazione.


PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Allam. Do ora la parola a coloro che desiderano intervenire.


MARCO VENTURA, Professore ordinario di diritto canonico ed ecclesiastico presso l'Università di Siena. Signor presidente, credo che la grande difficoltà di metodo, che è testimoniata anche dall'introduzione che abbiamo ascoltato, derivi dal fatto che si contrappongono, ai nostri occhi, due scenari profondamente diversi, che credo noi cultori delle relazioni tra Stato e Chiesa avvertiamo in modo molto netto.

Ho trovato interessante questo scritto che ripercorre insintesi ciò che il matrimonio islamico rappresenta
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